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Trova lavoro subito nella moda!

Trova lavoro subito nella moda!

Spesso sono le professionalità più richieste dal mercato, quelle che le aziende del fashion cercano e non trovano. Come si possono convincere i ragazzi che non tutti devono per forza fare gli stilisti  e che i sarti, i modellisti e figurinisti, o ancora i visual merchandiser, i buyer, gli scenografi di sfilate, per esempio sono mestieri altrettanto gratificanti?
R:Noi pensiamo di convincerli proprio facendo leggere le interviste di questi professionisti, portando quindi alla ribalta chi non lo è mai. Inoltre queste figure hanno dei percorsi di carriera molto stimolanti e raggiungono anche dei salari importanti.
Tratto dall’intervista fatta all’autrice del libro “Trova lavoro subito nella moda!”

È uscito da pochi giorni in libreria Trova lavoro subito nella moda!, sottotitolo «Dallo stilista all’e-commerce manager, dal make-up artist al visual merchandiser, tutte le professioni più ricercate». Una guida per giovani che vogliono entrare nel mondo del fashion scritta da Paola Occhipinti e Barbara Nicolini, la prima giornalista specializzata nella moda e in beauty & wellness e attualmente collaboratrice dei settimanali Io Donna e Gente; la Nicolini invece è una head hunter specializzata nel settore moda, conduttrice in passato del programma «Non aprite quell’armadio» sul canale «La 5» di Mediaset. A lei la Repubblica degli Stagisti, in vista della presentazione del libro a Milano (lunedì 8 febbraio alle 18:30 al Mondadori Store di Piazza Duomo, con la presenza di Federico Rocca di Vanity Fair, Michele Rossi di Femme, Riccardo Sciutto di Hogan e Simone Dominici di Bottega Veneta moderati dal nostro direttore Eleonora Voltolina), ha chiesto qualche riflessione e consiglio extra per chi sogna di entrare in questio settore professionale.

Nel primo capitolo voi definite la moda un mercato «spietato». In effetti anche noi sulla Repubblica degli Stagisti abbiamo spesso notato come i mestieri “glamour” siano quelli che attirano di più i giovani, e dunque dove si verifica più concorrenza. Come si deve affrontare allora un settore così riuscendo a non farsi stritolare?
Bisogna essere sicuri di sé e consapevoli delle proprie capacità, non farsi mettere i piedi in testa e difendere il proprio lavoro. Essere “yes man” non paga!

Il web fashion editor di Vanity Fair, Federico Rocca, che ha firmato la prefazione del vostro libro, scrive che «lo studio non basta mai». Avete avuto l’impressione di scontrarvi contro una generazione di giovani poco disposta a impegnarsi e a faticare?
Assolutamente sì, questo è il fulcro del problema: spesso i ragazzi non si presentano ai colloqui di lavoro e non avvisano o si inventano scuse che nemmeno mio figlio di 12 anni si inventa!  Sono poco disponibili agli spostamenti, pensa che proprio in queste settimane stiamo cercando personale su Varese e abbiamo difficoltà a trovarlo perché molti giovani milanesi preferiscono stare senza lavoro che non fare 50 minuti di treno.
Quando ad un colloquio mi chiedono “ma quanto ci vuole ad arrivare? ma alle 18 posso uscire?”, capite che il candidato si è già autoeliminato

Sempre Rocca scrive che i ritmi di lavoro nel settore della moda spesso sono «umanamente, psicologicamente e fisicamente insostenibili». C’è quasi un’epica della durezza di questo mondo: una delle vostre intervistate, la stylist Vanessa Giudici, racconta che mentre faceva l’università andò ad assistere una stylist di Amica e ricorda che al primo appuntamento questa le disse: «Non credere di poter far questo lavoro. Non sarai mai pagata e si lavora duro». Ma poi la richiamò. Dunque per lavorare in questo settore bisogna essere d’acciaio e non avere una vita privata?
Assolutamente no, tutti possono e devono avere una vita privata, vero è che spesso il proprio compagno o compagna lavora nel settore e quindi comprende con maggior facilità esigenze lavorative diverse dal classico lavoro che ti impegna dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18. Quando si è impegnati in una campagna vendita si lavora per molte ore e week end compresi. Vi consiglio di leggere le interviste che abbiamo fatto a Claudia e ad Allegra, venditrici di showroom. Non occorre essere d’acciaio ma avere una grande passione che ti sostiene: ma questo vale poi per tutti i lavori.

Perché, secondo voi, varie volte nelle interviste che impreziosiscono il vostro libro emerge il consiglio, ai giovani, di accettare di non essere pagati?

Ci sono molti giovani che si pongono in modo arrogante e che pretendono ad un primo lavoro uno stipendio già importante solo perché hanno una laurea o un master , occorre umiltà anche in questo.  Consigliamo di accettare anche senza essere pagati inizialmente o meglio di accettare un piccolo rimborso spese perché è un investimento a lungo termine. Forse difficile comprenderlo inizialmente.

Federico Rocca dice che la moda non è fatta solo per gli esibizionisti, e sottolineate che ci sono moltissime professionalità, in questo settore, che restano in un cono d’ombra. Siete d’accordo? 
Come ho detto in un’intervista alla radio con Santo Versace, il motivo per cui abbiamo scritto questo libro è proprio per far capire ai giovani che i protagonisti della moda in realtà non sono solo gli stilisti che stanno davanti ai riflettori ma sono proprio quei professionisti che stanno dietro le quinte, che tagliano, che producono, che commerciano …

E che spesso sono le professionalità più richieste dal mercato, quelle che le aziende del fashion cercano e non trovano. Come si possono convincere i ragazzi che non tutti devono per forza fare gli stilisti – e che  i sarti, i modellisti e figurinisti, o ancora i visual merchandiser, i buyer, gli scenografi di sfilate, per esempio sono mestieri altrettanto gratificanti?
Grazie per questa domanda. Noi pensiamo di convincerli proprio facendo leggere le interviste di questi professionisti, portando quindi alla ribalta chi non lo è mai. Inoltre queste figure hanno dei percorsi di carriera molto stimolanti e raggiungono anche dei salari importanti.

Colpisce il fatto che, nel vostro libro, il primo ventaglio di mestieri della moda ad essere scandagliato non sia quello “artistico” degli stilisti e affini, ma quello commerciale di chi deve poi vendere i prodotti. Portate una nota di sano realismo, mettendo subito in chiaro che quello della moda è un business: del resto lo conferma anche uno degli intervistati più famosi del vostro libro, lo stilista Alessandro Dell’Acqua, quando dice che «oggi vince chi vende». Ma i ragazzi secondo voi sono consapevoli che oltre alle figure creative c’è molto altro?
Mi fa piacere che abbiate colto questo aspetto del nostro libro perchè fondamentale. Innanzi tutto le figure commerciali sono quelle che più ci vengono chieste e che più selezioniamo, oggi sono una parte strategica dell’azienda, vero è che se non c’è poi il prodotto da vendere un commerciale può essere molto bravo ma cosa vende? Mi sembra corretto anche sottolineare che normalmente il percorso professionale commerciale è quello che poi ti porta ad una direzione generale, e questo dice tutto… Quando dei giovani vengono da me a colloquio e mi dicono che vogliono lavorare nella moda rimangono piacevolmente stupiti dal ventaglio di occasioni che in realtà questo settore può dare, continuerò sempre a ripetere che moda non è uguale a stilista.

Voi consigliate «a ogni studente, di qualunque scuola o facoltà universitaria, un’esperienza lavorativa in uno shop». Qual è il valore aggiunto che vedete in questa esperienza?
Se un giovane vuol lavorare nel mondo della moda deve innanzi tutto conoscere il prodotto: e non c’è modo migliore di conoscere il prodotto che venderlo.

Uno dei vostri intervistati, Nicola Antonelli di Luisaviaroma.com, sottolinea il grande tema della valutazione delle scuole, università e corsi realmente utili, senza nascondere che negli anni il settore è diventato «terreno fertile per tanti falsi professionisti senza una vera esperienza». Come si può riconoscere un percorso formativo di qualità? Secondo voi c’è differenza, in questo senso, tra l’offerta formativa tradizionale e quella focalizzata sulla moda?
Assolutamente sì. L’offerta formativa sulla moda richiede un percorso particolare, scuole studiate ad hoc, come ad esempio la Marangoni o lo IED, scuole poi di modellismo o scuole sartoriali.

Un altro, l’export manager di Tory Burch Francesco Vergani, rassicura i giovani affermando che il mondo «non è mai stato così ricco di opportunità come in questo momento storico», e spiegando che «la ricchezza si è solo spostata verso nuovi mercati e il giovane di oggi deve essere lì, pronto a coglierla». Dunque i ragazzi dovrebbero puntare a Cina, Russia e Medio Oriente?
Sì, Francesco ha spiegato perfettamente cosa sta succedendo nel mercato della moda. Vi consigliamo di leggere anche le riflessioni di manager come Jean Luc Battaglia, Simone Dominici, Riccardo Sciutto. Abbiamo la grande fortuna che il made in Italy è stimato in tutto il mondo: mercati come la Cina e il Medio Oriente offrono ancora grandi opportunità. Per questo consiglio ai giovani di studiare il cinese, io all’università ho studiato hindi e questo ha fatto la differenza. Un cv differente viene sempre guardato con occhio curioso, e apprezzato.

Tra i mestieri di domani citate anche quello del fashion blogger. Ma a parte i casi da prima pagina, come Chiara Ferragni, davvero può diventare un lavoro remunerativo?
Sì, può diventare un lavoro remunerativo, e se fatto con costanza e serietà può dare piacevoli risultati. A parte le solite note ce ne sono molti altri e molte altre in tutto il mondo… Non ci si improvvisa blogger però!

In un libro come il vostro non poteva mancare un tocco cool alla domanda sul colloquio: voi non solo suggerite come rispondere, ma anche come presentarsi vestiti – anche perché, scrivete, «per quel che se ne dica, è proprio vero che è la prima impressione quella che conta». Qualche suggerimento passe-partout?
Togliete gioielli ai colloqui, andate vestiti senza marche appariscenti, meglio essere “no logo”. Non sfoggiate orologi costosi se li possedete, non truccatevi troppo. Sempre in ordine. Fate emergere la vostra personalità ma non eccedete mai. Il famoso consiglio “meglio togliere che aggiungere” vale sempre. Sì al tubino nero ma magari con delle sneakers. Ok ai jeans rotti ma non esagerate, magari con una giacca destrutturata. Non mettete più la cravatta, non state andando a fare un colloquio per diventare un investment banker.

 

Tratto da Repubblica degli Stagisti

Scritto il 07 Feb 2016 in INTERVISTE

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